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7 dicembre 2020

ORLY

 



Se di solito una caratteristica peculiare del cinema di Angela Schanelec è la pochezza di dialoghi, necessaria a far emergere e sottolineare l'importanza del ''non detto'', possiamo considerare Orly come una mosca bianca della sua filmografia in quanto qui i dialoghi non solo abbondano ma rivelano proprio parte di quel ''non detto'' che di solito possiamo solo immaginare.

Siamo nell aeroporto parigino di Orly,area vastissima,asettica e spersonalizzante, un crocevia nel quale ogni giorno sostano migliaia di persone ognuna con la propria storia e il proprio vissuto. Uno spazio chiaramente metaforico, un non-luogo in cui l'occhio di Dio ( la mdp) scruta nell'esistenza di un manipolo di soggetti che interagiscono l'uno con l'altro ma più si parlano e più si rendono conto di essere estranei perfino a loro stessi.

C'è Juliette, una donna che mentre si sta recando in Canada per andar a trovar un marito che ha sposato troppo frettolosamente incontra e si innamora di Vincent, un uomo divorziato tormentato dai sensi di colpa,a sua volta in viaggio d'affari per rilevare l'azienda dell'amico morente Theo. 

Lo stesso Theo che ha scritto una lettera alla donna che lo ha appena lasciato ,Sabine, la quale giunta in aeroporto ,legge la lettera mentre viene seguita da un giovane attratto da lei che è disposto a lasciar da sola la propria fidanzata pur di poter osservare Sabine qualche secondo in più prima di vederla sparire per sempre.

Per finire assistiamo ad una madre che si sta recando al funerale del marito e mentre aspetta l'aereo confida al figlio di aver amato e avuto un rapporto sessuale con un altro uomo quando il padre di quest ultimo era ancora in vita e, in vena di confidenze scomode il figlio rivela alla madre di aver avuto un rapporto omosessuale con un altro ragazzino suo pari età.

La presenza massiccia di dialoghi però non snatura affatto il concetto che sta alla base del cinema della Schanelec : l'incomunicabilità è perenne, il dialogo un bisturi che scava per cercare la risposta all'interrogativo più difficile di tutti , ''Chi siamo ?''. Ma non c'è risposta, incontrare una persona equivale a incontrare se stessi perchè, proprio come Zeno ( non a caso la fidanzata del ragazzo sopracitato sta leggendo il famoso romanzo di Svevo) siamo individui malati e inetti alla continua ricerca di una guarigione tramite tentativi assurdi o controproducenti. 

Non è importante se il prossimo ci ama ma se ci permette di amare noi stessi, quindi la compresione risulta effimera come la permanenza in aeroporto e quando un fattore esterno spezza l'idillio di questo spazio-tempo resta solo il  vuoto dei corridoi, il silenzio assordante tra le tazzine di caffè ancora sparse sui tavoli deserti tra i quali rimbomba l'eco di possibilità che non conosceremo mai.Siamo buchi neri osservati a distanza da un Dio impotente che non accetta visite e non concede autografi.









3 agosto 2020

MARSEILLE





Guardare Marseille,ma più in generale un film di Angela Schanelec, è come dover guardare contemporaneamente 2 film ; il primo è quello che vediamo sullo schermo, il secondo invece è composto da tutto quello che non ci viene mostrato, dal non detto, ed è proprio quello che dobbiamo ''guardare'' ma per farlo dobbiamo scavare dentro di noi perchè solo lasciandoci trascinare dal dolore del nostro subconscio possiamo immedesimarci realmente in una vita che non ci appartiene.

Marseille nasconde un baratro, un vuoto siderale che risucchia chiunque riesca a fare propria la confusione che si crea nella vita di Sophie, quella che tiene uniti i frammenti del suo vissuto. Possiamo vedere la (sua) vita come un mosaico di fotografie,di frammenti che non combaciano, pezzi di un puzzle incompleto, un continuo progetto che non vedremo mai terminato.

Guardare Marseille è vedere le conseguenze senza conoscerne le cause, è guardare le prove senza poter vedere lo spettacolo.

Veniamo immersi sin da subito nella robotica solitudine di Sophie, una fotografa berlinese che ha accettato uno scambio di appartamento con una ragazza francesce,Zelda,ufficialmente per scattare delle foto alla città di Marsiglia ma più probabilmente per staccare dalla routine,  per ritrovare se stessa e il suo posto nel mondo.
Sophie si definisce una fotografa ma di fatto non lo fa per lavoro,non sappiamo che lavoro faccia realmente così come non sappiamo nulla di lei e delle persone con cui fatica a interagire.
Siamo catapultati in una situazione in cui non abbiamo alcun appiglio per comprendere o immedesimarci,esattamente come quando si esplora una città a noi sconosciuta,siamo testimoni della sua disconnessione dal mondo esterno. Apatia e difficoltà comunicative ci accompagnano fino a quando conosce Pierre, giovane meccanico del quartiere col quale forse ( e il forse è d'obbligo dato che anche qui il clou della loro intesa ci viene negato) intraprende una fugace realazione amorosa prima di ritornare al grigiore della sua routine berlinese.
E' l'unico momento del film in cui assistiamo a qualcosa di molto simile alla felicità, sembra che l'incontro con Pierre abbia dato nuova linfa alla sua esistenza,potrebbe aver trovato il suo posto nel mondo.

Tornata a Berlino il film prende una piega inaspettata abbandonando completamente il personaggio di Sophie per concentrarsi su Hannah.
Hannah è un amica di Sophie che conduce un esistenza triste e frustrante divisa fra un impiego che la vede umiliarsi in piccole comparse teatrali e un figlio , Anton avuto con un uomo diverso dall'attuale compagno Ivan, un cinico fotografo anaffettivo che oltre a non amarla molto probabilmente ha una realzione con Sophie ,la quale nel tempo libero fa da babysitter ad Anton.

Intuiamo della possibile intesa fra Ivan e Sophie da un accesa discussione che quest'ultima ha con Hannah in una lunga sequenza a bordo piscina,al termine della quale Sophie rinfaccia ad Hannah di non esser realmente depressa ma di star semplicemente recitando una parte proprio come sul set,accusandola di essere incapace di smettere di fingere e consequenzialmente di prendere in mano la propria vita.
Vita che Sophie è convinta di essersi ripresa in mano e quindi decide di abbandonare nuovamente Berlino per tornare a Marsiglia, questa volta per un periodo più lungo, forse per  riprendere a vivere a pieno la sua storia con Pierre....
Ma una volta giunta a Marsiglia tutto quello a cui assistiamo è un lungo interrogatorio in una stazione di polizia nel quale veniamo a conoscenza che Sophie è stata aggredita da un uomo (un ladro probabilmente) che l'ha costretta ad uno scambio di vestiti per poter scappare indisturbato dalla polizia.
Non sappiamo chi sia il ladro ma ci sono degli indizi ( la corporatura/capigliatura di Pierre è molto simile a quelle di Sophie, ideale per confonderli da lontano, senza contare che il vestiario dell aggressore è proprio una tuta da meccanico identica a quella di Pierre) che lasciano supporre che si tratti proprio di Pierre.

Lo scambio di vestiti come scambio di persona, come furto di un identità che sembrava aver ritrovato.

Assistiamo alla progressiva disintegrazione emotiva concentrata tutta nel suo sguardo attonito e nel tempo interminabile che impiega per rispondere ad una semplice domanda del poliziotto (''vedo che sei una fotografa,che cosa fotografi ?? '') che in quel momento sembra chiedere realmente ''CHI SEI ? CHE SENSO HA LA TUA VITA ?.

''Strade'' sarà la sua risposta lapidaria,quella più semplice. Perchè la vera risposta è nascosta da un altra parte oltre le parole, oltre alle immagini e al linguaggio.

E' lì , nel rumore sordo del mare che spazza via tutto,anche la sua immagine ormai ridotta a puntino che evapora nel malinconico silenzio del crepuscolo.






12 settembre 2018

NUESTRO TIEMPO




Non è assolutamente facile per me parlare di Nuestro Tiempo.
Reygadas non è semplicemente il mio regista preferito ma è quanto di più vicino nella mia vita ci sia stato ad una guida spirituale, una sorta di entità divina che con la sua arte ha cambiato la mia visione delle cose.
E Nuestro Tiempo spiazza non solo perchè risulta di un dolore e di un intimità laceranti ma proprio perchè mi ha mostrato il Reygadas uomo, semplice essere umano passionale, frustrato, amante della bella vita, guardone ,scambista , malinconico e fragile come tutti noi comuni esseri umani.

Non posso dire con certezza matematica che questo film sia autobiografico al 100%, ma tutto in quest'opera ( a partire dalla scelta di utilizzare il proprio nucleo familiare come cast seppur con nomi differenti da quelli reali) lascia intendere che Nuestro Tiempo sia stato concepito come una catarsi atta ad esorcizzare i fantasmi della vita di coppia del regista stesso e ,da un punto di vista ancor più ampio, a cercar di comprender la complessità e la fragilità dei rapporti umani.

Juan ed Ester sono una ''coppia aperta'' ma dopo che quest'ultima intraprende una relazione sessuale con un giovane ''gringo'' , Juan inizia a soffrire (e noi con lui) di un incontrollabile gelosia che lo porta ad interrogarsi sul reale significato del concetto di amore : un sentimento potente ma paradossale in quanto necessità di esclusività per potersi definire tale ma è proprio quell'esclusività che lo rende un ostacolo alla libertà individuale dei parters.

Juan (Reygadas) teme che sua moglie possa innamorarsi del gringo perdendo così la possibilità di essere amato in quel modo assoluto e totalizzante che desidera e questo non fa altro che distruggere la sua effimera illusione di poter controllare gli eventi , la sua (purtroppo) tipica convinzione maschile di esser in grado di gestir ogni situazione.

In un primo momento condividiamo la gelosia di Juan e gli diamo perfino ragione , ma tutto diventa confuso e complesso quando tramite una voce fuoricampo veniamo a conoscenza di una parte del passato di Juan in cui egli stesso si è trovato nella stessa situazione ma dall'altra parte della barricata, trovandosi nella difficile situazione di dover troncare la relazione con l'ex moglie ancora perdutamente innamorata di lui.

Questa nuova prospettiva ci getta nello sconforto anche perchè chiunque abbia mai amato davvero nella propria vita si ritroverà inevitabilmente a rivivere in quel limbo di incertezza, in bilico tra l'irreversibilità del baratro e la remota possibilità del miracolo.

Tutto diventa ansia, ogni sequenza il preludio ad un imminente tragedia.

Ed il tutto è meravigliosamente messo in scena da uno che è maestro nel modellare i tempi della narrazione fino a farle assumere una dimensione reale di intimità e che riesce a trasportare tutta questa carica emotiva in una prova attoriale di una sincerità commovente che culmina nella meravigliosa scena del pianto dinanzi all amico morente; stati d'animo differenti ma entrambi sulla stessa banchina in attesa dell'autobus che porta al capolinea.

Resta solo da capire come e quando, così come resta da capire quale dei due stia realmente morendo.

Il vuoto siderale che scava dentro Juan in quel momento è in netta contrapposizione con l'amore dei familiari presenti e premurosi al capezzale dell'amico morente.

L'amore, quella luce tra gli alberi che scandisce il nostro tempo.

La luce dell'alba che veglia su bestie numerate dentro ad un recinto,  lassù, distante dalle miserie umane.






3 giugno 2017

SHULTES



''I remember nothing''

E' con questa frase di Lyosha che si apre il film.

La memoria è tutto quello che abbiamo per dimostrare chi siamo e solo vivendo nella memoria altrui possiamo realmente esistere.

Chi è Lyosha ?

Il folgorante esordio di Bakuradze è un asettico ricordo mutilato , un puzzle al quale sono stati rimossi dei pezzi e quindi anche riassemblando ciò che ne resta non è possibile vedere il disegno nella sua integrità , possiamo solo immaginare , intuire cosa c'era in quei tasselli mancanti.

Sono pochissimi i punti di riferimento che abbiamo approcciandoci a Shultes a partire dal suo protagonista , Lyosha, del quale non sappiamo praticamente nulla .

Sappiamo che non ricorda una parte del suo passato, o almeno così sembra dal momento che gira con un taccuino sul quale annota o sono annotati dettagli fondamentali come il suo indirizzo di casa o il suo numero di cellulare.
Sappiamo anche che si guadagna da vivere rubando automobili e documenti per conto di terzi facendosi aiutare da un ragazzino , il piccolo Kostik, assoldato dopo averlo visto borseggiare un'anziana sull'autobus.
E' proprio Kostik l'unica persona con la quale Lyosha sembra mostrare un flebile affetto, ma è un rapporto che si discosta molto da un fare paterno o quantomeno ad un atto che implichi una qualsivoglia redenzione.

Lyosha sembra un cyborg senza alcun tipo di emozione.

La sua vita è una grigia routine scandita da furti, visite mediche che tengono sotto controllo il suo stato di salute e momenti in cui prova a tener compagnia alla madre morente con la quale non ha un dialogo vero e proprio dato che gli uniche parole che le rivolge sono per chiederle se le servano altre medicine oppure per leggerle il palinsesto televisivo.

E' proprio l'assenza di veri e propri dialoghi uno dei punti cardine del film, Bakuradze ci immerge in una realtà realmente cupa e alienante nella quale i rapporti umani sono ridotti all'osso : la comunicazione verbale è marginale, assente , spesso quando ascoltiamo un dialogo lo sentiamo già iniziato oppure si interrompe di colpo come se fosse un rumore di fondo, un fastidio.

E' in questo contesto spersonalizzante che si muove il nostro protagonista, tra palazzine tutte uguali nelle quali cerca di trovare una persona che forse non è mai esistita, tra bar semi deserti nei quali si incontra col fratello al quale racconta di lavorare come personal trainer e al quale passa costantemente dei soldi tenendolo all'oscuro delle condizioni di salute disperate della madre.

Ma perchè Lyosha mente praticamente su ogni aspetto della sua vita?
E' la vergogna della sua condizione che lo porta a mentire?
Forse no.

La menzogna è il secondo aspetto cruciale del film, l'arma che utilizza il nostro protagonista per difendersi dai ricordi,da un qualcosa di oscuro che la sua amnesia ha temporaneamente cancellato.

Ma lo scudo dietro al quale si nasconde è destinato a cadere come un castello di carte : gli eventi inizieranno a farlo cedere.

Le condizioni di sua madre peggiorano portandola alla morte ed è proprio in questa circostanza,in una rapida sequenza ,che veniamo a conoscenza del significato del titolo : Shultes altro non è che il cognome di Lyosha. E'l'unica sequenza del film in cui verrà pronunciato questo nome. Forse oltre allo spettatore, è Lyosha stesso a prendere progressivamente consapevolezza della sua identità.

Durante un controllo di routine in ospedale, Lyosha riconosce da un tatuaggio il corpo di una ragazza morente nel reparto rianimazione : è una turista che ha borseggiato qualche giorno prima insieme a kostik.

Forse un tempo anche lui si è trovato sul medesimo letto, in quello stesso reparto, in quelle condizioni.

Per la prima volta assistiamo ad un comportamento umano da parte del nostro protagonista : decide di andare a recuperare i documenti della ragazza (che precedentemente aveva gettato in un cassonetto dopo averla borseggiata) forse ai fini di permettere ai medici di identificarla. Ma una volta trovati i documenti in questione decide di entrarle in casa ed è qui che tutto prende una piega inaspettata.

Tra gli effetti personali della ragazza Lyosha trova un video registrato su una videocamera che collega al televisore.

In quella che a mio avviso non solo è la miglior scena del film ma una delle sequenze più toccanti mai viste, assistiamo ad una video dedica d'amore registrata dalla ragazza per un presunto fidanzato nella quale lo ringrazia per aver dato un senso alla sua routine e successivamente si mette a cantare la struggente GORECKI dei Lamb in un crescendo di malinconia che finisce con una brusca interruzione del video, perfetta sintesi di un sentimento inespresso.
Forse quelle parole non verranno mai udite da nessun altro. Mentre lui è li ad osservare quel video probabilmente la ragazza è morta e quella registrazione andrà perduta per sempre trasformandosi in uno sterile frammento di memoria.

Qualcosa dentro di lui è stata smossa definitivamente.

Tornando a casa apre una vecchia scatola di foto dalle quali possiamo intuire che un tempo, prima dell'incidente, Lyosha era un corridore . C'è anche una foto che lo vede assieme ad una ragazza su una moto. Sul retro della foto appare la scritta ''compleanno Olya, 2005''. Forse era lei la variabile che rendeva sopportabile la sua routine.

Arriva una chiamata dal medico, occorre fare un controllo di richiamo per testare eventuali miglioramenti della sua memoria.
E' passato già un anno dal primo controllo, 2 anni dal suo ricovero.
Dopo una serie di domande introduttive alle quali Lyosha risponde dichiarando il falso arriva la fatidica domanda che tutti stavamo aspettando :

''Lyosha, ricordi perchè sei finito in ospedale 2 anni fa ?''

La risposta che fornisce al dottore è che mentre tornava a casa fu aggredito da 3 malviventi che lo colpirono alla testa , che riuscì ad accoltellarne uno ma alla fine ebbe la peggio ...ma la sua versione sembra completamente diversa da quella dichiarata dal referto clinico nel quale si parla di trauma a seguito di un grave incidente stradale. Perchè Lyosha ha fornito questa versione?
Alla domanda del dottore che gli chiede se fosse solo al momento dell'incidente, dopo un interminabile silenzio risponde di non ricordare nulla.

E' in questo momento che capiamo che quanto abbiamo visto fin ora non è altro che un flashback che ci riconduce all'incipit.

Forse Lyosha non ha mai realmente perso la memoria ma lo shock di aver perso la sua fidanzata e la sua passione in un colpo solo è stato tale da indurlo a crearsi una patologia che potesse rimuovere il dolore.

Il vaso di pandora è stato aperto, non c'è più nulla che possa rendere sostenibile la sua routine.

Forse un altro furto può distoglierlo dai suoi pensieri quindi organizza un colpo coi suoi complici recandosi in un bar e sottraendo le chiavi della macchina ad un balordo.

Ma qualcosa va storto, la vittima si accorge del furto e lo insegue con altri 2 amici.

A nulla servono le urla di Kostik che gli intima di scappare.

Lyosha rallenta il passo , estrae il coltello...ma viene raggiunto.

Si interrompe qui.

Troncamento, taglio netto, chiurgico.

Fine della routine
Dei rumori di fondo
Del fastidio.

Capolinea.






1 gennaio 2017

MY SONG IS SUNG




Se il cinema di Ramir è a tutti gli effetti un viaggio questo suo ultimo tassello rappresenta sicuramente il capolinea, se non altro per quanto riguarda questa vita terrena.
Per la prima volta nel cinema del regista neozelandese le sagome distorte di un umanità indefinita che vaga senza meta sono scomparse del tutto lasciando spazio ai luoghi che sono stati testimoni di quelle esistenze.

La mia canzone è stata cantata ma il suo eco risuona ancora indelebile nella memoria del tempo.

E' dentro ai muri, impressa lì, in quel cucchiaio impolverato, in quella mela che non verrà mangiata , in quella cornetta del telefono che nessuno alzerà.

Un ultima malinconica visita a ciò che ho lasciato.

Ma non sono morto.

Sono andato verso il mare, sulle pescose vie della morte dove non ci sono restrizioni.

Qui, nei meandri dell'eternità , giaccio freddo e solo.

Ascolto l'erba frusciare.








16 dicembre 2016

INTO DAYLIGHT




Un immersione totale nel buio, un viaggio abissale intervallato da sprazzi di immagini confuse e indefinite, annebbiate come l'occhio che prova a dischiudersi alle prime luci dell'alba .

Ci troviamo immersi in un limbo, uno spazio metafisico fatto di barlumi di luce ,ma è una luce che anzichè squarciare le tenebre sembra reggersi a stento, ultimo baluardo di memorie che stanno per spegnersi.

Bisogna lasciarsi andare , diventare eterei ,impalpabili come il vento fra i fili d'erba, come le nuvole nere che scorrono sulle sabbie mobili del tempo.

Il sinistro ticchettio di un lavandino rotto che esala le ultime gocce d'acqua.

Fra le dune del deserto della vita riecheggia il suono dell'abbandono.

E' ora di andare...




29 settembre 2016

DEAD SLOW AHEAD




Una nave che salpa dal porto nel buio, draghi meccanici che vomitano al suo interno carbone necessario al suo incessante incedere,luci e sagome di città in lontananza a segnare una distanza non solo fisica che ha assunto ormai i connotati del distacco totale da tutto ciò che può ancora esser considerato umano.

E' lei la nostra protagonista, la Fair Lady, nave fantasma popolata da quelle che un tempo erano persone, ora ridotte ad ombre che si aggirano all'interno del suo ventre, schiavi di una routine che si protrae senza tempo in un silenzio asettico assordante, spezzato solo da stridii meccanici e dall'incessante rumore dei sonar.
C'è un senso di alienazione totale che pervade l'intera opera di Herce,la spersonalizzazione dell'individuo è tale da azzerare completamente il dialogo convenzionale ( tant'è che le uniche voci che sentiamo provengono spesso da telefoni o altoparlanti,spesso distorte e poco chiare), ma non è un fatto di incomunicabilità quanto più di rassegnazione alla propria sorte,perfino l'unico momento di svago (karaoke) è coperto dall'incessante rumore delle macchine che spezzano ogni tentativo di fuga dalla realtà sottolineando la più triste delle prese di coscienza : non si lavora per vivere ma si vive per lavorare.
C'è sicuramente una critica al capitalismo in tutto questo ma più che altro credo sia doveroso soffermarsi sul discorso tempo : 3 mesi di riprese, 70 minuti di film eppure DSA è straniante a tal punto da far perdere qualsiasi punto di riferimento temporale.
Impossibile dire con esattezza in che lasso di tempo avviene quello a cui stiamo assistendo, potrebbe essere un giorno come una vita, l'unica certezza che abbiamo è che per quanto lentamente avvenga c'è un tempo che scorre e che non tornerà più.
Fuori da questa dimensione aliena questi uomini hanno mogli che non vedranno partorire e figli che non vedranno crescere eppure tutto continua a scorrere inesorabile,senza una meta, senza sapere come...tutto procede alla velocità minima possibile ,quella che per quanto impercettibile non arriva mai a fermarsi ( Dead Slow Ahead nel linguaggio navale) , proprio come la vita degli operai,sempre più svuotata verso la morte ma nonostante tutto pulsante ancora quel minimo per procedere d'inerzia...

Dinanzi alla vastità del tempo l'uomo è minuscolo e sperduto, sovrastato dall'immensità dello spazio come l'operaio in mezzo ai chicchi di grano, una presenza talmente impercettibile che a 20 minuti dal termine scompare del tutto lasciando spazio all'unica cosa che resiste immortale nel tempo , il freddo metallo della nave, mostro meccanico il cui ventre è  bara che racchiude l'eco infinito delle voci di chi c'è stato, l'incessante suono dei sogni infranti ,delle vite mutilate, delle parole non dette.

Mentre la mdp ispeziona il centro della nave, un ammasso di arterie meccaniche che conducono alla turbina centrale,  cuore che pulsa incessantemente nel buio nutrendosi delle esistenze umane, si ode una telefonata di un operaio alla moglie che si interrompe per mancanza di segnale.

E' l'ultima cosa ancora umana che ci è concessa, una frase interrotta che resta li sospesa e  non verrà mai ascoltata ,l'ultimo segno di vita che ha il suono di una metastasi.

Pronto ?

C'è nessuno ?

Mi senti ?

Mi senti ?

MI SENTI ??







19 agosto 2016

EL AUGE DEL HUMANO




Meritatissimo vincitore della sezione Cineasti del presente ,l'esordio al lungometraggio del classe '87 Eduardo Williams è un film di una potenza inimmaginabile , una visione che resta impressa nella mente ben oltre i suoi 100 minuti di durata, una di quelle opere talmente radicali da dividere il pubblico nella maniera più assoluta : questo film lo si ama o lo si odia, non lascia spazi alle vie di mezzo. Vi basti pensare che a fine proiezione in sala eravamo rimasti si e no in 30 .

Una telecamera traballante pedina un ragazzo in una Buenos Aires allagata, viene ripreso quasi sempre di spalle o di profilo ma anche quando le riprese si fanno leggermente più ravvicinate c'è sempre un alone di buio a rendere difficilmente riconoscibile il suo volto quasi a voler sottolineare che quella che stiamo vedendo è una vita come tante a cui non serve dare un nome e un volto perchè potremmo benissimo essere noi stessi.
Siamo proiettati sin da subito in una dimensione intima e al contempo spersonalizzante.

Scopriremo solo dopo , in modo quasi casuale il suo nome, è Exe un ragazzo che è appena stato licenziato dal supermercato in cui lavorava come magazziniere, un lavoro noioso, ripetitivo che è specchio della sua condizione esistenziale.

''Devi realizzare una barriera contro il cancro,perchè non te ne rendi conto ma assorbiamo cancro tutto il tempo. Dal pollo ,dall'aria, dai computer, Viviamo contaminati e dobbiamo detergere il corpo in modi naturali''.

Si respira un aria opprimente, un alone oscuro ci pedina ma forse il peggio è già avvenuto, è il presente nel quale Exe è portavoce di un umanità alla deriva , senza più valori, divorata dall'apatia, dalla noia dell'eterno ripetersi del quoditiano.

Giovani che passano molto tempo assieme ma che non sanno più comunicare tra loro anche se il male che li fa marcire dentro è il medesimo .

Cellulari, computer, internet, telecamere, un universo tecnologico che lega in modo invisibile solitudini destinate a non incontrarsi, il progresso avanza ma tutto sembra già stato detto, ogni emozione è già stata sperimentata.
Anche i sogni sembrano aver perso di inventiva, l'incubo di una ragazza è l'aver sognato di aver tenuto per una settimana la stessa maglietta.
Bisogna uccidere la giornata a tutti costi anche se questo comporta inscenare un giochino per decidere chi dovrà spompinare chi davanti ad una webcam.

Ed è proprio attraverso quella webcam che ci spostiamo dall'Argentina al Mozambico dove facciamo la conoscenza di Alf, latitudini diverse ma stesso potenziale inespresso, stessa alienazione.
Un lavoro di merda che ammette di far solo per soldi e malgrado questa sua triste presa di coscienza viene sbeffeggiato da colleghe che ritengono questa la normalità perchè inconsciamente schiave della loro condizione esistenziale.
Bisogna scappare dal cancro, ma dove ? Una foresta che sovrasta, l'immersione nella natura lontana dall'oppressione della tecnologia e del lavoro ma che è pur sempre un guscio di solitudine.. anche qui si avverte una presenza inquietante che ti spia , che ti segue.

Ma è solo nella tua testa, dopo passa.

Dopo un viaggio allucinato dentro ad un opprimente formicaio, invisibile e sommersa metafora della condizione umana ci ritroviamo in uno sporco acquitrino nella jungla filippina nella quale un bambino ha paura di immergersi e dialoga con una ragazza che non può ricordare i tempi della sua fase embrionale ma che necessita disperatamente di un internet point.

Ce ne è uno in fondo alla strada ma ormai è tardi, forse è chiuso e non riuscirà a raggiungerlo.
Non lo sapremo mai, così come non sapremo mai che fine hanno fatto Exe e Alf, , pseudo personaggi di una (non)storia ad un passo dall'ignoto e a chilometri dalla comprensione.

Il viaggio si interrompe in un'asettica e moderna catena di montaggio nella quale vengono assemblati circuiti elettronici, niente più pedinamenti, telecamera fissa su uno schermo spento irradiato dai neon,cinema che diventa pura immagine che nasce e muore nell'istante in cui viene percepita.
E'l'apice della condizione umana, una stasi dalla quale possono emergere infinite possibiltà ma che al contempo ci pone dinanzi ad una realtà che si fa sempre più soffocante : mentre si alzano inquietanti sintetizzatori e scorrono i titoli di coda ci assale la consapevolezza che il viaggio inizia solo ora e bisogna farlo in solitudine accompagnati soltanto da una voce metallica che ha il suono del cancro che ci contamina...

OK....ok....ok....ok.....ok....





13 luglio 2016

DISTANT




''...non potevo parlare, gli occhi mi si chiudevano...
 ....non ero ne vivo ne morto, non sapevo nulla.
Guardando nel cuore della luce, il silenzio. ''

L'esordio al lungometraggio di Zhengfan Yang è composto da 13 piani sequenza a camera fissa senza dialoghi che seppur non abbiano nessun collegamento narrativo fra loro hanno un comun denominatore : la distanza.
Se dalle premesse il film può ricordare l'ungherese Tejut bisogna specificare che le 2 pellicole sono paragonabili solo sul piano formale : se l'opera di Fliegauf era  ''..un film su quello che ho trovato, un film dell'immaginazione'' ,un qualcosa che quindi apriva uno sguardo verso scenari illimitati, verso le infinite possibilità della vita, il suo corrispettivo cinese è un film che mette in scena una sola desolante realtà : siamo soli.

Dire che nei 13 pianosequenza non succede niente ma al contempo succede tutto sarebbe una banalità trita e ritrita che vi risparmio, anche perchè effettivamente non succede davvero nulla se per qualcosa intendiamo una costruzione classica dell'azione ''incipit-svolgimento-fine''.
Qui non c'è niente di tutto questo, solo 13 quadri in movimento nei quali la cornice è la vera protagonista e le figure umane che si muovono all'interno di essi sono semplici puntini sfocati, spesso sullo sfondo e mai inquadrati con primi piani proprio al fine di rendere indefinibili i loro volti e le loro azioni creando così una vera e propria distanza non solo fisica ma soprattutto emotiva tra lo spettatore e quello viene messo in scena.

Guardare Distant equivale a stare 10 minuti alla finestra a fissare un punto della strada osservando la gente che passa, a stare fermi alla fermata dell'autobus incrociando fugacemente persone che probabilmente non incontreremo mai più, fissare l'ultimo sfarfallio di luce di una lampada al neon che sta per spegnersi.

E' la rappresentazione di uno spazio talmente vasto all'interno del quale non siamo niente, siamo solo macchie indefinite prossime a dissolversi nel buio e la noia che inevitabilmente scaturisce in certi momenti non è altro che la presa di coscienza di tutto questo ; Bela Tarr diceva che anche un uomo immobile in un angolo è una storia, così come è una storia un manipolo di persone che si incontra in una baracca in mezzo al nulla senza proferire manco una parola. Il fatto che lo spettatore trovi inevitabilmente noiosa una sequenza del genere è la dimostrazione della nostra indifferenza verso gli altri, verso una quotidianeità che siccome non ci riguarda pensiamo non ci appartenga.

Zhengfan Yang ci sfinisce coi suoi interminabili piano sequenza ma ciò che ci mostra sono semplicemente frammenti di vita di tutti i giorni e per quanto possano sembrarci infiniti durano solo pochi minuti...cosa sono 10 minuti paragonati ad una vita intera ? Troviamo noioso guardare 2 persone per 10 minuti alla fermata del bus ma quelle persone potremmo essere noi, a nostra volta guardate da qualcun altro che reputa noiosa la nostra vita e al quale non frega niente del perchè siamo li ad aspettare.
Puo' sembrare un concetto radicale ma non è diverso da ciò che emerge nella sequenza del vecchietto che sviene sul marciapiede in mezzo all'indifferenza generale, passano tante macchine, qualche persona ma nessuno si ferma a soccorrerlo,l'unica persona che si ferma è una ragazzina ma la sua sembra più una mera curiosità voyeuristica puntualmente interrotta dalla madre che le intima di farsi gli affari suoi portandola via...quella vita non le appartiene,non è affar suo, deve tirar dritta per la sua strada senza guardarsi indietro e noi come lei osserviamo impotenti la scena, sapendo benissimo che quel vecchietto morirà in solitudine su quel marciapiede....siamo solo spettatori, dei voyeur, guardiamo la scena per vedere se andrà a parare da qualche parte ma non ci importa della storia che c'è dietro a quell'anziano.

In Distant i pianosequenza assumono i connotati di una prigione visiva troppo immensa e sovrastante per poter evadere da essa : come il pesce che viene liberato dalla prigonia del secchiello solo per finire in una prigione d'acqua più grande ( la piscina) così le figure che si muovono all'interno del film pur se escono dal nostro campo visivo saranno sempre schiave di un universo di incomunicabilità immutabile, immagini destinate a svanire.

Distant è con ogni probabilità la massima espressione artistica dell'alienazione umana che mi sia capitato di vedere, si arriva a fine visione che ci si sente soli e abbandonati ,tutto trasuda incomprensione e solitudine,perfino la valigia abbandonata alla fermata del bus sembra poter raccontare una storia disperata.

Distant è una presa di coscienza , un silenzio che grida disperato che non riusciamo a percepire come gli ultimi spasmi di un malato terminale emessi quando le luci si sono spente e non c'è più nessuno ad accudirlo.
Il faro getta gli ultimi barlumi di luce su questo mare di solitudine.
Ci resta soltanto la consapevolezza che la distanza fra le parti è incolmabile.