12 settembre 2018

NUESTRO TIEMPO




Non è assolutamente facile per me parlare di Nuestro Tiempo.
Reygadas non è semplicemente il mio regista preferito ma è quanto di più vicino nella mia vita ci sia stato ad una guida spirituale, una sorta di entità divina che con la sua arte ha cambiato la mia visione delle cose.
E Nuestro Tiempo spiazza non solo perchè risulta di un dolore e di un intimità laceranti ma proprio perchè mi ha mostrato il Reygadas uomo, semplice essere umano passionale, frustrato, amante della bella vita, guardone ,scambista , malinconico e fragile come tutti noi comuni esseri umani.

Non posso dire con certezza matematica che questo film sia autobiografico al 100%, ma tutto in quest'opera ( a partire dalla scelta di utilizzare il proprio nucleo familiare come cast seppur con nomi differenti da quelli reali) lascia intendere che Nuestro Tiempo sia stato concepito come una catarsi atta ad esorcizzare i fantasmi della vita di coppia del regista stesso e ,da un punto di vista ancor più ampio, a cercar di comprender la complessità e la fragilità dei rapporti umani.

Juan ed Ester sono una ''coppia aperta'' ma dopo che quest'ultima intraprende una relazione sessuale con un giovane ''gringo'' , Juan inizia a soffrire (e noi con lui) di un incontrollabile gelosia che lo porta ad interrogarsi sul reale significato del concetto di amore : un sentimento potente ma paradossale in quanto necessità di esclusività per potersi definire tale ma è proprio quell'esclusività che lo rende un ostacolo alla libertà individuale dei parters.

Juan (Reygadas) teme che sua moglie possa innamorarsi del gringo perdendo così la possibilità di essere amato in quel modo assoluto e totalizzante che desidera e questo non fa altro che distruggere la sua effimera illusione di poter controllare gli eventi , la sua (purtroppo) tipica convinzione maschile di esser in grado di gestir ogni situazione.

In un primo momento condividiamo la gelosia di Juan e gli diamo perfino ragione , ma tutto diventa confuso e complesso quando tramite una voce fuoricampo veniamo a conoscenza di una parte del passato di Juan in cui egli stesso si è trovato nella stessa situazione ma dall'altra parte della barricata, trovandosi nella difficile situazione di dover troncare la relazione con l'ex moglie ancora perdutamente innamorata di lui.

Questa nuova prospettiva ci getta nello sconforto anche perchè chiunque abbia mai amato davvero nella propria vita si ritroverà inevitabilmente a rivivere in quel limbo di incertezza, in bilico tra l'irreversibilità del baratro e la remota possibilità del miracolo.

Tutto diventa ansia, ogni sequenza il preludio ad un imminente tragedia.

Ed il tutto è meravigliosamente messo in scena da uno che è maestro nel modellare i tempi della narrazione fino a farle assumere una dimensione reale di intimità e che riesce a trasportare tutta questa carica emotiva in una prova attoriale di una sincerità commovente che culmina nella meravigliosa scena del pianto dinanzi all amico morente; stati d'animo differenti ma entrambi sulla stessa banchina in attesa dell'autobus che porta al capolinea.

Resta solo da capire come e quando, così come resta da capire quale dei due stia realmente morendo.

Il vuoto siderale che scava dentro Juan in quel momento è in netta contrapposizione con l'amore dei familiari presenti e premurosi al capezzale dell'amico morente.

L'amore, quella luce tra gli alberi che scandisce il nostro tempo.

La luce dell'alba che veglia su bestie numerate dentro ad un recinto,  lassù, distante dalle miserie umane.






24 marzo 2018

Mon Mon Mon Monster




Mai e poi mai mi sarei aspettato che un film con un titolo del genere potesse rivelarsi una vera e propria chicca capace di metter d'accordo sia i fan dello splatterone ignorante sia coloro che in un opera cercano una maggior caratterizzazione degli aspetti più introspettivi.
Mi aspettavo il solito horrorino orientale simil trash ,magari con finale aperto ad un sequel o peggio ancora il classico film in cui alla fine il bene trionfa e finisce a tarallucci e vino.

Mon mon mon monster invece è un sapiente mix di generi,parte quasi come una commedia demenziale per poi diventare sempre più grottesco fino a sfociare nell'horror più convenzionale, restando tuttavia sempre originale e imprevedibile nel suo incedere, ma andiamo con ordine.

Shun-wei è il classico 15enne sfigatissimo e secchione con tanto di orecchie a sventola e capelli a scodella. Talmente sfigato che non solo è vittima di continui scherzi da parte dello zoccolo duro dei bulli della sua classe ma è anche sbeffeggiato senza ritegno e spesso umiliato dalla sua stessa insegnante, un'invasata religiosa che anzichè prender le sue difese lo rimprovera di non esser in grado di stare al mondo.
L'unica persona che sembra provare empatia x il poveraccio è una ragazza obesa, se possibile ancor più emarginata di lui che puntualmente viene allontanata e irrisa da shun wei stesso.

Il fattore interessante che subito balza all'occhio è notare come in qualsiasi altro film lo spettatore proverebbe compassione x questo sfortunato (co)protagonista oggetto di vessazioni ,qui invece ci viene da disprezzarlo pure noi proprio perchè la sua incapacità di reagire ai soprusi si unisce alla sua vigliaccheria nel prendersela con chi è perfino più debole di lui mettendo subito in luce un circolo vizioso di violenze senza soluzione.
D'altro canto non possiamo nemmeno patteggiare per il manipolo di bulletti capitanati da quella carismatica carogna di Ren hao che inizialmente ci appare come il classico figlio di papà intoccabile a cui tutto è concesso.
Ci troviamo quindi spiazzati nell'assistere ad una situazione in cui non ci sono personaggi cosidetti ''buoni'' o perlomeno positivi nei quali identificarci e la situazione precipita quando a seguito di una punizione ricevuta dall'insegnante ,Shun wei e i bulli si trovano costretti a scontare una punizione in ore di servizi socialmente utili.
Le loro visite nelle quali dovrebbero assistere anziani bisognosi e indifesi si trasformano in feroci scorribande di furti e umiliazioni ai danni di questi ultimi , mettendo in risalto tutto il vuoto, la noia e la cattiveria delle nuove generazioni che agiscono impunite e senza motivo.
La genialità di Giddens Ko tuttavia sta nel mostrarci tutto questo senza mai cadere nella retorica e nel moralismo spicciolo stemperando con un ironia nerissima queste situazioni disturbanti al punto di lasciarci interdetti e confusi come davanti a qualsiasi meme di black humor , ridi si, ma un po' ti senti una brutta persona.

Quella che però sembra essere a tutti gli effetti una semplice commedia nera sul tema del bullismo prende una svolta inaspettata quando a seguito di un furto nell'appartamento di un anziano i nostri antieroi si imbattono in 2 creature mostruose a metà strada fra uno zombie e un vampiro e dopo esser sopravvissuti all'attacco riescono a imprigionare una delle due in uno scantinato che usano come luogo di ricreazione e la sottopongono a torture di vario genere.

Oltre alla svolta horror /sovrannaturale assistiamo ad un cambiamento importante nella personalità di Shun wei, il quale pur restando l'ultima ruota del carro nella gerarchia del gruppo comincia ad assumere un atteggiamento ambiguo nei confronti della creatura imprigionata aiutando sì i bulli a torturarla ma anche mostrando talvolta dei segnali di empatia ( userà ad esempio il suo sangue per nutrirla).

Sembra qualcosa si stia iniziando a smuovere nel suo animo anche se lo vediamo sempre più parte del suo nuovo gruppo di ''amici'' ,i quali nonostante continuino a sfruttarlo e irriderlo, dimostrano anche di saper prendere le sue difese quando persone estranee al loro nucleo provano a prendersi gioco di lui, specie Ren Hao che in veste di capobranco vuole rivendicare la sua esclusiva sulle prepotenze che si possono infierire a shun wei.

A seguito di una bravata del gruppo finita in tragedia ( e rigorosamente filmata con smartphone e messa in rete) però, la seconda creatura ( sorella maggiore di quella imprigionata) si mette sulle tracce degli aguzzini della sorellina e qui inzia il bagno di sangue.

La seconda creatura inizia un massacro indiscriminato di studenti nella disperata speranza di rintracciare gli autori del sequestro e punirli compiendo così una vera e propria strage di innocenti che culmina nella meravigliosa scena del pulman nella quale perde la vita la fidanzata di Ren hao ( un altra stronza che la metà basta).

Ci troviamo davanti ad un vero e proprio tripudio di nichilismo in cui empatia e redenzione diventano vocaboli sconosciuti e credo mai come in questo caso ci troviamo immersi in una situazione ambigua nella quale è impossibile prendere una posizione dal momento che è impossibile delineare chi sono i veri mostri.

Ogni evento è semplicemente una sfumatura di nero che ci mostra una società sempre più meschina e priva di valori.

Sangue chiama sangue.

Si arriva così alla resa dei conti nella quale Ren Hao escogita un piano per intrappolare il secondo mostro nello scantinato in cui è relegato il mostro più piccolo per ucciderli entrambi.
Ma tutta questa spirale di nichilismo ha segnato profondamente il giovane Shun wei il quale all'ultimo istante decide di sovvertire i piani di Ren Hao sabotando i compagni e consegnandoli di fatto al massacro da parte della sorella del mostro per vendicare tutte le angherie subite.

Ma la furia distruttrice della seconda creatura non si arresta e Shun wei è costretto a eliminarla personalmente bruciandola viva assieme alla sorellina in quella che con ogni probabilità è la scena più toccante dell'intera pellicola, ed è fortemente significativo il fatto che l'unico gesto d'amore sia perpetrato da 2 mostri.

Chiuso il cerchio Shun wei torna a scuola ma anche con mezza scuola decimata continua a subire sbeffeggi dagli alunni rimasti.

Malgrado tutto quello che ha vissuto e sopportato in totale solitudine per gli altri resta una nullità .

Nulla sembra cambiato, anzi il suo animo sembra diventato ancora più nero quando avvicinandosi al tavolino della ragazza obesa che mangia da sola le rovescia il bicchiere per terra dicendole : ''tu non sei come gli altri'', una frase orribile che sembra chiaro emblema della sua trasformazione in vero figlio di puttana proprio come i suoi defunti compari.

Ma è proprio qui, nel finale che il film si eleva a tripudio di emozioni e diventa realmente galvanizzante quando ci accorgiamo che Shun wei ha avvelenato l'acqua dell'istituto col sangue di una delle creature e che quella sua ultima azione apparentemente disumana è in realtà il solo modo che ha per riscattarsi preservando l'unico personaggio positivo della storia e pagando il suo debito con il mondo : con la vita.

Non resta altro che unirci al suo grido liberatorio e sperare nel perdono.


Polvere alla polvere, cenere alla cenere.






3 giugno 2017

SHULTES



''I remember nothing''

E' con questa frase di Lyosha che si apre il film.

La memoria è tutto quello che abbiamo per dimostrare chi siamo e solo vivendo nella memoria altrui possiamo realmente esistere.

Chi è Lyosha ?

Il folgorante esordio di Bakuradze è un asettico ricordo mutilato , un puzzle al quale sono stati rimossi dei pezzi e quindi anche riassemblando ciò che ne resta non è possibile vedere il disegno nella sua integrità , possiamo solo immaginare , intuire cosa c'era in quei tasselli mancanti.

Sono pochissimi i punti di riferimento che abbiamo approcciandoci a Shultes a partire dal suo protagonista , Lyosha, del quale non sappiamo praticamente nulla .

Sappiamo che non ricorda una parte del suo passato, o almeno così sembra dal momento che gira con un taccuino sul quale annota o sono annotati dettagli fondamentali come il suo indirizzo di casa o il suo numero di cellulare.
Sappiamo anche che si guadagna da vivere rubando automobili e documenti per conto di terzi facendosi aiutare da un ragazzino , il piccolo Kostik, assoldato dopo averlo visto borseggiare un'anziana sull'autobus.
E' proprio Kostik l'unica persona con la quale Lyosha sembra mostrare un flebile affetto, ma è un rapporto che si discosta molto da un fare paterno o quantomeno ad un atto che implichi una qualsivoglia redenzione.

Lyosha sembra un cyborg senza alcun tipo di emozione.

La sua vita è una grigia routine scandita da furti, visite mediche che tengono sotto controllo il suo stato di salute e momenti in cui prova a tener compagnia alla madre morente con la quale non ha un dialogo vero e proprio dato che gli uniche parole che le rivolge sono per chiederle se le servano altre medicine oppure per leggerle il palinsesto televisivo.

E' proprio l'assenza di veri e propri dialoghi uno dei punti cardine del film, Bakuradze ci immerge in una realtà realmente cupa e alienante nella quale i rapporti umani sono ridotti all'osso : la comunicazione verbale è marginale, assente , spesso quando ascoltiamo un dialogo lo sentiamo già iniziato oppure si interrompe di colpo come se fosse un rumore di fondo, un fastidio.

E' in questo contesto spersonalizzante che si muove il nostro protagonista, tra palazzine tutte uguali nelle quali cerca di trovare una persona che forse non è mai esistita, tra bar semi deserti nei quali si incontra col fratello al quale racconta di lavorare come personal trainer e al quale passa costantemente dei soldi tenendolo all'oscuro delle condizioni di salute disperate della madre.

Ma perchè Lyosha mente praticamente su ogni aspetto della sua vita?
E' la vergogna della sua condizione che lo porta a mentire?
Forse no.

La menzogna è il secondo aspetto cruciale del film, l'arma che utilizza il nostro protagonista per difendersi dai ricordi,da un qualcosa di oscuro che la sua amnesia ha temporaneamente cancellato.

Ma lo scudo dietro al quale si nasconde è destinato a cadere come un castello di carte : gli eventi inizieranno a farlo cedere.

Le condizioni di sua madre peggiorano portandola alla morte ed è proprio in questa circostanza,in una rapida sequenza ,che veniamo a conoscenza del significato del titolo : Shultes altro non è che il cognome di Lyosha. E'l'unica sequenza del film in cui verrà pronunciato questo nome. Forse oltre allo spettatore, è Lyosha stesso a prendere progressivamente consapevolezza della sua identità.

Durante un controllo di routine in ospedale, Lyosha riconosce da un tatuaggio il corpo di una ragazza morente nel reparto rianimazione : è una turista che ha borseggiato qualche giorno prima insieme a kostik.

Forse un tempo anche lui si è trovato sul medesimo letto, in quello stesso reparto, in quelle condizioni.

Per la prima volta assistiamo ad un comportamento umano da parte del nostro protagonista : decide di andare a recuperare i documenti della ragazza (che precedentemente aveva gettato in un cassonetto dopo averla borseggiata) forse ai fini di permettere ai medici di identificarla. Ma una volta trovati i documenti in questione decide di entrarle in casa ed è qui che tutto prende una piega inaspettata.

Tra gli effetti personali della ragazza Lyosha trova un video registrato su una videocamera che collega al televisore.

In quella che a mio avviso non solo è la miglior scena del film ma una delle sequenze più toccanti mai viste, assistiamo ad una video dedica d'amore registrata dalla ragazza per un presunto fidanzato nella quale lo ringrazia per aver dato un senso alla sua routine e successivamente si mette a cantare la struggente GORECKI dei Lamb in un crescendo di malinconia che finisce con una brusca interruzione del video, perfetta sintesi di un sentimento inespresso.
Forse quelle parole non verranno mai udite da nessun altro. Mentre lui è li ad osservare quel video probabilmente la ragazza è morta e quella registrazione andrà perduta per sempre trasformandosi in uno sterile frammento di memoria.

Qualcosa dentro di lui è stata smossa definitivamente.

Tornando a casa apre una vecchia scatola di foto dalle quali possiamo intuire che un tempo, prima dell'incidente, Lyosha era un corridore . C'è anche una foto che lo vede assieme ad una ragazza su una moto. Sul retro della foto appare la scritta ''compleanno Olya, 2005''. Forse era lei la variabile che rendeva sopportabile la sua routine.

Arriva una chiamata dal medico, occorre fare un controllo di richiamo per testare eventuali miglioramenti della sua memoria.
E' passato già un anno dal primo controllo, 2 anni dal suo ricovero.
Dopo una serie di domande introduttive alle quali Lyosha risponde dichiarando il falso arriva la fatidica domanda che tutti stavamo aspettando :

''Lyosha, ricordi perchè sei finito in ospedale 2 anni fa ?''

La risposta che fornisce al dottore è che mentre tornava a casa fu aggredito da 3 malviventi che lo colpirono alla testa , che riuscì ad accoltellarne uno ma alla fine ebbe la peggio ...ma la sua versione sembra completamente diversa da quella dichiarata dal referto clinico nel quale si parla di trauma a seguito di un grave incidente stradale. Perchè Lyosha ha fornito questa versione?
Alla domanda del dottore che gli chiede se fosse solo al momento dell'incidente, dopo un interminabile silenzio risponde di non ricordare nulla.

E' in questo momento che capiamo che quanto abbiamo visto fin ora non è altro che un flashback che ci riconduce all'incipit.

Forse Lyosha non ha mai realmente perso la memoria ma lo shock di aver perso la sua fidanzata e la sua passione in un colpo solo è stato tale da indurlo a crearsi una patologia che potesse rimuovere il dolore.

Il vaso di pandora è stato aperto, non c'è più nulla che possa rendere sostenibile la sua routine.

Forse un altro furto può distoglierlo dai suoi pensieri quindi organizza un colpo coi suoi complici recandosi in un bar e sottraendo le chiavi della macchina ad un balordo.

Ma qualcosa va storto, la vittima si accorge del furto e lo insegue con altri 2 amici.

A nulla servono le urla di Kostik che gli intima di scappare.

Lyosha rallenta il passo , estrae il coltello...ma viene raggiunto.

Si interrompe qui.

Troncamento, taglio netto, chiurgico.

Fine della routine
Dei rumori di fondo
Del fastidio.

Capolinea.






1 marzo 2017

STILL THE EARTH MOVES



''Il cinema ha un potere immenso che necessita di essere sprigionato,bisogna spingersi oltre i limiti,chiedersi cos'è il cinema,cosa ci vuole dire e che tipo di esperienza può essere . Non c'entra niente con la narrativa, è tutt'altra cosa''

Quanto segue non è una recensione.
Non è un pensiero e neanche una riflessione.

Dimenticate la sintassi, abbandonatevi al flusso di coscienza.

Questo è un esorcismo, necessita un atto di fede.

Lasciatevi trasportare dal suono delle campane a morto in questa natura che ci ammalia coi suoi colori, dove le foglie sono forbici acuminate che vivisezionano la memoria,dove i tronchi secchi sono corpi morti e i funghi la cancrena che li divora.

Sono gli ultimi colori che vedremo prima che l'apocalisse si abbatta sulle miserie umane, il temporale al quale segue la calma del vuoto, lì in quell'angolo di niente dove il lume di un lampione non basta a schiarire tutto quel buio, dove si intravedono i passi di un uomo che non vedremo mai superare l'oblio di quella curva in cui gli spettri delle auto si radunano.

Li dove le memorie perdute confluiscono, dove i piani temporali si confondono e si riassemblano nel ricordo di ciò che è stato, perchè la memoria è come le ossa, un sistema di relazione di movimenti e riposo tra particelle che non smette mai di ricomporsi.

Immaginiamo lo scheletro in termini di durata e non di spazialità.

Estraiamo le riserve minerali dalle ossa per sopravvivere e dirigerci ubriachi verso le luci strobo della città epilettica ,prima che gli occhi si chiudano e la nostra auto si schianti.

Ascoltiamo le grida disperate delle streghe che bruciano, delle madri che ricordano i figli che sono ancora lì sulla giostra vuota, nel rumore delle stecche del calcio balilla che girano a vuoto.

Nell'infanzia che vivrà per sempre nello stridio di quel metallo, in quei vicoli stagnanti dove i cani vagano allo sbando e pisciano nelle chiese.

Impariamo ad ascoltare quel suono con gli occhi perchè le parole qui han perso di significato e si perdono nella folla come due luci blu che progressivamente si allontanano nel buio, quel buio che confonde e distorce le forme.

Perchè è così che agiscono le streghe, seguendo compatibilità e consistenze illogiche...abbiamo troppa confidenza con la linearità e questo la rende pericolosa.

Mi addormento e sogno mia madre che torna a casa con un ''gatto''.
Ma quello non è un gatto, è una deformità con due enormi zanne e a cui è stato amputato un arto e sostituito con una ruota.
Sono terrorizzato da quella cosa ma nessuno sembra rendersi conto che quello non è un gatto.
Non so quanto tempo sia passato ma quel gatto è sempre più grosso e fa sempre più paura.
Finchè un presagio sinistro mi guida verso il balcone.
Non ho mai avuto un cane, eppure li sul balcone c'è un cane a cui voglio un bene infinito.
Era il mio cane.
Ora giace sventrato sul balcone con gli intestini che sporcano le piastrelle.
Due fori di zanna gli hanno spezzato il cranio bucandogli il cervello.

Vedo mia madre scura in volto che entra in sala con 3 ossa insanguinate in mano.

Scoppio a piangere.
Non avresti mai dovuto portare qui quel gatto, avresti dovuto lasciarlo libero.
Mia madre e mio padre scoppiano a piangere.
Piangiamo sulle nostre miserie.
Mi accascio stremato con le mani fra i capelli mentre osservo ciò che resta di quel gatto, un corpo mutilato che agita i suoi moncherini in una pozza di sangue strisciando verso di me.


Mi sveglio ma sento ancora il suono della perdita che mi segue nei vicoli alle 4 del mattino.
Sta per raggiungermi , non riuscirò a vederlo, non potrò scappare.

E allora chiudo gli occhi aspettando che finisca, ma il male striscia e si insinua fra le fessure delle pietre strisciando nel territorio sacro, nel bosco della nuova terra promessa.
Depone le sue uova e sembra il mostro di un videogioco che vomita all'infinito fino a saturare lo schermo.

La nascita è un rigetto.

Massivo
Meccanico
Seriale.

La terra si muove .
Io tremo.

Ancora.











1 gennaio 2017

MY SONG IS SUNG




Se il cinema di Ramir è a tutti gli effetti un viaggio questo suo ultimo tassello rappresenta sicuramente il capolinea, se non altro per quanto riguarda questa vita terrena.
Per la prima volta nel cinema del regista neozelandese le sagome distorte di un umanità indefinita che vaga senza meta sono scomparse del tutto lasciando spazio ai luoghi che sono stati testimoni di quelle esistenze.

La mia canzone è stata cantata ma il suo eco risuona ancora indelebile nella memoria del tempo.

E' dentro ai muri, impressa lì, in quel cucchiaio impolverato, in quella mela che non verrà mangiata , in quella cornetta del telefono che nessuno alzerà.

Un ultima malinconica visita a ciò che ho lasciato.

Ma non sono morto.

Sono andato verso il mare, sulle pescose vie della morte dove non ci sono restrizioni.

Qui, nei meandri dell'eternità , giaccio freddo e solo.

Ascolto l'erba frusciare.








16 dicembre 2016

INTO DAYLIGHT




Un immersione totale nel buio, un viaggio abissale intervallato da sprazzi di immagini confuse e indefinite, annebbiate come l'occhio che prova a dischiudersi alle prime luci dell'alba .

Ci troviamo immersi in un limbo, uno spazio metafisico fatto di barlumi di luce ,ma è una luce che anzichè squarciare le tenebre sembra reggersi a stento, ultimo baluardo di memorie che stanno per spegnersi.

Bisogna lasciarsi andare , diventare eterei ,impalpabili come il vento fra i fili d'erba, come le nuvole nere che scorrono sulle sabbie mobili del tempo.

Il sinistro ticchettio di un lavandino rotto che esala le ultime gocce d'acqua.

Fra le dune del deserto della vita riecheggia il suono dell'abbandono.

E' ora di andare...




20 novembre 2016

I DESERVE




C'è un senso di implosione imminente nel meraviglioso corto di Mikel Guillen,un malessere che si muove sottotraccia come le foglie morte accarezzate dall'acqua , una tranquillità irrequieta che si protrae in un eterno senso di instabilità ,un flusso che non può arrestarsi.

C'è la semplicità di una natura primordiale ma dura solo pochi attimi, eclissata da un austero monolite grigio, un mosaico di specchi che assomiglia ad una grata che cattura il cielo, massima espressione del capitalismo che irradia una glacialità chirurgica sovrastante.

Una perfezione architettonica che ha reso automi gli esseri umani che abitano i suoi spazi,una sfilza infinita di gabbie camuffate da uffici, un silenzio assordante che se ascoltato nel modo giusto rende ancora percepibile il senso di frustrazione che riecheggia in quel labirinto di corridoi.

C' anche una donna ,o meglio, ciò che ne resta.
Un fascio di nervi che trasuda frustrazione , la consapevolezza di meritare una vita migliore, magari una posizione di prestigio o più semplicemente l'essere valorizzata come persona.
Un'ideale che si scontra con la realtà di essere solo un ingranaggio all'interno di un meccanismo dove tutto è sostituibile e nessuno è fondamentale.

Psicosi, tic e spasmi : una battaglia interiore per non annegare, lo stridio delle unghie di chi si trascina con tutte le forze per sfuggire dal suono del  risucchio di un buco nero .

Essere o apparire ?

Il suo sguardo urla, ma è un grido che non verrà udito.