16 dicembre 2016

INTO DAYLIGHT




Un immersione totale nel buio, un viaggio abissale intervallato da sprazzi di immagini confuse e indefinite, annebbiate come l'occhio che prova a dischiudersi alle prime luci dell'alba .

Ci troviamo immersi in un limbo, uno spazio metafisico fatto di barlumi di luce ,ma è una luce che anzichè squarciare le tenebre sembra reggersi a stento, ultimo baluardo di memorie che stanno per spegnersi.

Bisogna lasciarsi andare , diventare eterei ,impalpabili come il vento fra i fili d'erba, come le nuvole nere che scorrono sulle sabbie mobili del tempo.

Il sinistro ticchettio di un lavandino rotto che esala le ultime gocce d'acqua.

Fra le dune del deserto della vita riecheggia il suono dell'abbandono.

E' ora di andare...




20 novembre 2016

I DESERVE




C'è un senso di implosione imminente nel meraviglioso corto di Mikel Guillen,un malessere che si muove sottotraccia come le foglie morte accarezzate dall'acqua , una tranquillità irrequieta che si protrae in un eterno senso di instabilità ,un flusso che non può arrestarsi.

C'è la semplicità di una natura primordiale ma dura solo pochi attimi, eclissata da un austero monolite grigio, un mosaico di specchi che assomiglia ad una grata che cattura il cielo, massima espressione del capitalismo che irradia una glacialità chirurgica sovrastante.

Una perfezione architettonica che ha reso automi gli esseri umani che abitano i suoi spazi,una sfilza infinita di gabbie camuffate da uffici, un silenzio assordante che se ascoltato nel modo giusto rende ancora percepibile il senso di frustrazione che riecheggia in quel labirinto di corridoi.

C' anche una donna ,o meglio, ciò che ne resta.
Un fascio di nervi che trasuda frustrazione , la consapevolezza di meritare una vita migliore, magari una posizione di prestigio o più semplicemente l'essere valorizzata come persona.
Un'ideale che si scontra con la realtà di essere solo un ingranaggio all'interno di un meccanismo dove tutto è sostituibile e nessuno è fondamentale.

Psicosi, tic e spasmi : una battaglia interiore per non annegare, lo stridio delle unghie di chi si trascina con tutte le forze per sfuggire dal suono del  risucchio di un buco nero .

Essere o apparire ?

Il suo sguardo urla, ma è un grido che non verrà udito.





13 novembre 2016

DENTRO




C'è una quiete che lascia attoniti nel corto di Emiliano Rocha Minter, una natura che nella sua vastità racchiude un'altro tipo di immensità non quantificabile, invisibile ma sovrastante, uno stridio che lacera da dentro.
Liane che strisciano, il suono secco di un ascia, respiri pesanti , gli unici suoni che rompono un silenzio che sa di resa.

Non c'è più niente da dire.

Uno sguardo di intesa fra due ragazzi che forse sono amici, forse non si conoscono neppure ma entrambi sanno che c'è ancora un pezzo di strada da percorrere assieme , un altro albero da abbattere, un altro tronco da legare, una buca da scavare... ogni manciata di erbaccia che viene estirpata, ogni affondo di vanga nel terreno, ogni picconata è un tassello che a poco a poco svela il motivo di tanto impegno.

Il progetto è ultimato, la costruzione è completa.

Quell'ammasso di legno e di foglie è un monolite di solidarietà,  un ultimo gesto di  umanità dietro  un'amarezza che a stento trattiene le lacrime .

C'è un ultimo pezzo di strada da percorrere ma bisogna farlo da soli e quella corda davanti agli occhi è una miccia da innescare , corta come la vita , lunga come l' ultimo attimo di raccoglimento prima di chiudere il sipario.

Cenere alla cenere, polvere alla polvere.





29 settembre 2016

DEAD SLOW AHEAD




Una nave che salpa dal porto nel buio, draghi meccanici che vomitano al suo interno carbone necessario al suo incessante incedere,luci e sagome di città in lontananza a segnare una distanza non solo fisica che ha assunto ormai i connotati del distacco totale da tutto ciò che può ancora esser considerato umano.

E' lei la nostra protagonista, la Fair Lady, nave fantasma popolata da quelle che un tempo erano persone, ora ridotte ad ombre che si aggirano all'interno del suo ventre, schiavi di una routine che si protrae senza tempo in un silenzio asettico assordante, spezzato solo da stridii meccanici e dall'incessante rumore dei sonar.
C'è un senso di alienazione totale che pervade l'intera opera di Herce,la spersonalizzazione dell'individuo è tale da azzerare completamente il dialogo convenzionale ( tant'è che le uniche voci che sentiamo provengono spesso da telefoni o altoparlanti,spesso distorte e poco chiare), ma non è un fatto di incomunicabilità quanto più di rassegnazione alla propria sorte,perfino l'unico momento di svago (karaoke) è coperto dall'incessante rumore delle macchine che spezzano ogni tentativo di fuga dalla realtà sottolineando la più triste delle prese di coscienza : non si lavora per vivere ma si vive per lavorare.
C'è sicuramente una critica al capitalismo in tutto questo ma più che altro credo sia doveroso soffermarsi sul discorso tempo : 3 mesi di riprese, 70 minuti di film eppure DSA è straniante a tal punto da far perdere qualsiasi punto di riferimento temporale.
Impossibile dire con esattezza in che lasso di tempo avviene quello a cui stiamo assistendo, potrebbe essere un giorno come una vita, l'unica certezza che abbiamo è che per quanto lentamente avvenga c'è un tempo che scorre e che non tornerà più.
Fuori da questa dimensione aliena questi uomini hanno mogli che non vedranno partorire e figli che non vedranno crescere eppure tutto continua a scorrere inesorabile,senza una meta, senza sapere come...tutto procede alla velocità minima possibile ,quella che per quanto impercettibile non arriva mai a fermarsi ( Dead Slow Ahead nel linguaggio navale) , proprio come la vita degli operai,sempre più svuotata verso la morte ma nonostante tutto pulsante ancora quel minimo per procedere d'inerzia...

Dinanzi alla vastità del tempo l'uomo è minuscolo e sperduto, sovrastato dall'immensità dello spazio come l'operaio in mezzo ai chicchi di grano, una presenza talmente impercettibile che a 20 minuti dal termine scompare del tutto lasciando spazio all'unica cosa che resiste immortale nel tempo , il freddo metallo della nave, mostro meccanico il cui ventre è  bara che racchiude l'eco infinito delle voci di chi c'è stato, l'incessante suono dei sogni infranti ,delle vite mutilate, delle parole non dette.

Mentre la mdp ispeziona il centro della nave, un ammasso di arterie meccaniche che conducono alla turbina centrale,  cuore che pulsa incessantemente nel buio nutrendosi delle esistenze umane, si ode una telefonata di un operaio alla moglie che si interrompe per mancanza di segnale.

E' l'ultima cosa ancora umana che ci è concessa, una frase interrotta che resta li sospesa e  non verrà mai ascoltata ,l'ultimo segno di vita che ha il suono di una metastasi.

Pronto ?

C'è nessuno ?

Mi senti ?

Mi senti ?

MI SENTI ??







19 settembre 2016

I AM YOUR GRANDMA



E' possibile esprimere ansia per un futuro incerto, presa di coscienza della propria mortalità, paura della maternità e al contempo voglia di amare, condire il tutto con un'ironia ai limiti del grottesco e cosa ancor più sbalorditiva fare tutto questo in un minuto scarso ?

Si, se ti chiami Jillian Mayer.

Questa ragazza classe '86 possiede una creatività che rasenta il geniale ( basta dare un'occhiata al suo sito internet per rendersene conto) e malgrado abbia alle spalle solo una manciata di cortometraggi è riuscita a delineare un suo personalissimo stile che non ha eguali miscelando sapientemente grottesco,talvolta ai limiti del demenziale ( a tal proposito ESEMPLARE il suo Life and freaky time of Uncle Luke, parodia del celebre LA JETEE ) con un senso di malinconia che per quanto impercettibile si fa strada sempre di più a visione ultimata.
Se a tutto questo aggiungiamo inoltre una sorta di ossessione per la tecnologia (internet per lo più, e a tal proposito non è un caso la diffusione di I'm your grandma su youtube ) vista e concepita come un qualcosa di affascinante e rivoluzionaria al punto di poter quasi riuscire a sopperire una carenza di affetto reale, bhe ci troviamo di fronte a qualcosa di realmente straniante.

Il caso più esemplare è sicuramente questo I am your grandma, esordio fulminante che nel giro di pochissimo tempo è diventato un vero e proprio video virale nel web raggiungendo quasi i 3 milioni e mezzo di views provocando le reazioni più disparate,ma dietro a quello che inizialmente può sembrare soltanto un demenziale ''creepypasta'' c'è molto di più.

Il corto si apre con la stessa Jillian che sta registrando questo video come videodiario da mostrare un giorno ad un suo ipotetico nipotino, ma quanto segue è ben più di una semplice dedica.
Si apre col sorriso della ragazza che sogna di diventare madre, di crescere un qualcosa a cui dare amore ,che a sua volta si potrà riprodurre e dare amore  in un ciclo potenzialmente infinito ,ma man mano che il video procede è come se in lei si facesse strada la consapevolezza che questo è soltanto un futuro ipotetico che potrebbe non verificarsi mai o nel quale lei potrebbe non esistere .

L'ineluttabile scorrere del tempo diventa ostacolo tangibile e insormontabile, si fa spazio la sovrastante realtà della vecchiaia che incombe e viene da chiedersi se ha poi davvero senso desiderare di mettere al mondo una creatura che fra lacrime e spasmi sarà a sua volta destinata a spegnersi.

Pensieri nefasti che si schiudono verso infinite possibilità ,impersonificate dalle varie sfaccettature mostruose della stessa Mayer ma che al contempo sono la prova tangibile del suo pensiero e quindi del suo esistere qui,ora e in questo momento : in lei c'è un amore da esperire,un desiderio di conoscere e abbracciare il futuro nipote ma il tutto è destinato ad un futuro potenzialmente irreale percui catturare questi attimi di presente è tutto quello che può fare per (r)esistere un domani nella memoria.

E' il compimento del miracolo tecnologico, forse ,bambino non avrai mai una nonna ma avrai un video che racchiude l' attimo di vita in cui quel sentimento d'amore è esistito davvero  inciso nella memoria del tempo : il futuro è incerto ma oggi, domani, per sempre , IO SONO TUA NONNA.









I AM YOUR GRANDMA



E' possibile esprimere ansia per un futuro incerto, presa di coscienza della propria mortalità, paura della maternità e al contempo voglia di amare, condire il tutto con un'ironia ai limiti del grottesco e cosa ancor più sbalorditiva fare tutto questo in un minuto scarso ?

Si, se ti chiami Jillian Mayer.

Questa ragazza classe '86 possiede una creatività che rasenta il geniale ( basta dare un'occhiata al suo sito internet per rendersene conto) e malgrado abbia alle spalle solo una manciata di cortometraggi è riuscita a delineare un suo personalissimo stile che non ha eguali miscelando sapientemente grottesco,talvolta ai limiti del demenziale ( a tal proposito ESEMPLARE il suo Life and freaky time of Uncle Luke, parodia del celebre LA JETEE ) con un senso di malinconia che per quanto impercettibile si fa strada sempre di più a visione ultimata.
Se a tutto questo aggiungiamo inoltre una sorta di ossessione per la tecnologia (internet per lo più, e a tal proposito non è un caso la diffusione di I'm your grandma su youtube ) vista e concepita come un qualcosa di affascinante e rivoluzionaria al punto di poter quasi riuscire a sopperire una carenza di affetto reale, bhe ci troviamo di fronte a qualcosa di realmente straniante.

Il caso più esemplare è sicuramente questo I am your grandma, esordio fulminante che nel giro di pochissimo tempo è diventato un vero e proprio video virale nel web raggiungendo quasi i 3 milioni e mezzo di views provocando le reazioni più disparate,ma dietro a quello che inizialmente può sembrare soltanto un demenziale ''creepypasta'' c'è molto di più.

Il corto si apre con la stessa Jillian che sta registrando questo video come videodiario da mostrare un giorno ad un suo ipotetico nipotino, ma quanto segue è ben più di una semplice dedica.
Si apre col sorriso della ragazza che sogna di diventare madre, di crescere un qualcosa a cui dare amore ,che a sua volta si potrà riprodurre e dare amore  in un ciclo potenzialmente infinito ,ma man mano che il video procede è come se in lei si facesse strada la consapevolezza che questo è soltanto un futuro ipotetico che potrebbe non verificarsi mai o nel quale lei potrebbe non esistere .

L'ineluttabile scorrere del tempo diventa ostacolo tangibile e insormontabile, si fa spazio la sovrastante realtà della vecchiaia che incombe e viene da chiedersi se ha poi davvero senso desiderare di mettere al mondo una creatura che fra lacrime e spasmi sarà a sua volta destinata a spegnersi.

Pensieri nefasti che si schiudono verso infinite possibilità ,impersonificate dalle varie sfaccettature mostruose della stessa Mayer ma che al contempo sono la prova tangibile del suo pensiero e quindi del suo esistere qui,ora e in questo momento : in lei c'è un amore da esperire,un desiderio di conoscere e abbracciare il futuro nipote ma il tutto è destinato ad un futuro potenzialmente irreale percui catturare questi attimi di presente è tutto quello che può fare per (r)esistere un domani nella memoria.

E' il compimento del miracolo tecnologico, forse ,bambino non avrai mai una nonna ma avrai un video che racchiude l' attimo di vita in cui quel sentimento d'amore è esistito davvero  inciso nella memoria del tempo : il futuro è incerto ma oggi, domani, per sempre , IO SONO TUA NONNA.









19 agosto 2016

EL AUGE DEL HUMANO




Meritatissimo vincitore della sezione Cineasti del presente ,l'esordio al lungometraggio del classe '87 Eduardo Williams è un film di una potenza inimmaginabile , una visione che resta impressa nella mente ben oltre i suoi 100 minuti di durata, una di quelle opere talmente radicali da dividere il pubblico nella maniera più assoluta : questo film lo si ama o lo si odia, non lascia spazi alle vie di mezzo. Vi basti pensare che a fine proiezione in sala eravamo rimasti si e no in 30 .

Una telecamera traballante pedina un ragazzo in una Buenos Aires allagata, viene ripreso quasi sempre di spalle o di profilo ma anche quando le riprese si fanno leggermente più ravvicinate c'è sempre un alone di buio a rendere difficilmente riconoscibile il suo volto quasi a voler sottolineare che quella che stiamo vedendo è una vita come tante a cui non serve dare un nome e un volto perchè potremmo benissimo essere noi stessi.
Siamo proiettati sin da subito in una dimensione intima e al contempo spersonalizzante.

Scopriremo solo dopo , in modo quasi casuale il suo nome, è Exe un ragazzo che è appena stato licenziato dal supermercato in cui lavorava come magazziniere, un lavoro noioso, ripetitivo che è specchio della sua condizione esistenziale.

''Devi realizzare una barriera contro il cancro,perchè non te ne rendi conto ma assorbiamo cancro tutto il tempo. Dal pollo ,dall'aria, dai computer, Viviamo contaminati e dobbiamo detergere il corpo in modi naturali''.

Si respira un aria opprimente, un alone oscuro ci pedina ma forse il peggio è già avvenuto, è il presente nel quale Exe è portavoce di un umanità alla deriva , senza più valori, divorata dall'apatia, dalla noia dell'eterno ripetersi del quoditiano.

Giovani che passano molto tempo assieme ma che non sanno più comunicare tra loro anche se il male che li fa marcire dentro è il medesimo .

Cellulari, computer, internet, telecamere, un universo tecnologico che lega in modo invisibile solitudini destinate a non incontrarsi, il progresso avanza ma tutto sembra già stato detto, ogni emozione è già stata sperimentata.
Anche i sogni sembrano aver perso di inventiva, l'incubo di una ragazza è l'aver sognato di aver tenuto per una settimana la stessa maglietta.
Bisogna uccidere la giornata a tutti costi anche se questo comporta inscenare un giochino per decidere chi dovrà spompinare chi davanti ad una webcam.

Ed è proprio attraverso quella webcam che ci spostiamo dall'Argentina al Mozambico dove facciamo la conoscenza di Alf, latitudini diverse ma stesso potenziale inespresso, stessa alienazione.
Un lavoro di merda che ammette di far solo per soldi e malgrado questa sua triste presa di coscienza viene sbeffeggiato da colleghe che ritengono questa la normalità perchè inconsciamente schiave della loro condizione esistenziale.
Bisogna scappare dal cancro, ma dove ? Una foresta che sovrasta, l'immersione nella natura lontana dall'oppressione della tecnologia e del lavoro ma che è pur sempre un guscio di solitudine.. anche qui si avverte una presenza inquietante che ti spia , che ti segue.

Ma è solo nella tua testa, dopo passa.

Dopo un viaggio allucinato dentro ad un opprimente formicaio, invisibile e sommersa metafora della condizione umana ci ritroviamo in uno sporco acquitrino nella jungla filippina nella quale un bambino ha paura di immergersi e dialoga con una ragazza che non può ricordare i tempi della sua fase embrionale ma che necessita disperatamente di un internet point.

Ce ne è uno in fondo alla strada ma ormai è tardi, forse è chiuso e non riuscirà a raggiungerlo.
Non lo sapremo mai, così come non sapremo mai che fine hanno fatto Exe e Alf, , pseudo personaggi di una (non)storia ad un passo dall'ignoto e a chilometri dalla comprensione.

Il viaggio si interrompe in un'asettica e moderna catena di montaggio nella quale vengono assemblati circuiti elettronici, niente più pedinamenti, telecamera fissa su uno schermo spento irradiato dai neon,cinema che diventa pura immagine che nasce e muore nell'istante in cui viene percepita.
E'l'apice della condizione umana, una stasi dalla quale possono emergere infinite possibiltà ma che al contempo ci pone dinanzi ad una realtà che si fa sempre più soffocante : mentre si alzano inquietanti sintetizzatori e scorrono i titoli di coda ci assale la consapevolezza che il viaggio inizia solo ora e bisogna farlo in solitudine accompagnati soltanto da una voce metallica che ha il suono del cancro che ci contamina...

OK....ok....ok....ok.....ok....





13 luglio 2016

DISTANT




''...non potevo parlare, gli occhi mi si chiudevano...
 ....non ero ne vivo ne morto, non sapevo nulla.
Guardando nel cuore della luce, il silenzio. ''

L'esordio al lungometraggio di Zhengfan Yang è composto da 13 piani sequenza a camera fissa senza dialoghi che seppur non abbiano nessun collegamento narrativo fra loro hanno un comun denominatore : la distanza.
Se dalle premesse il film può ricordare l'ungherese Tejut bisogna specificare che le 2 pellicole sono paragonabili solo sul piano formale : se l'opera di Fliegauf era  ''..un film su quello che ho trovato, un film dell'immaginazione'' ,un qualcosa che quindi apriva uno sguardo verso scenari illimitati, verso le infinite possibilità della vita, il suo corrispettivo cinese è un film che mette in scena una sola desolante realtà : siamo soli.

Dire che nei 13 pianosequenza non succede niente ma al contempo succede tutto sarebbe una banalità trita e ritrita che vi risparmio, anche perchè effettivamente non succede davvero nulla se per qualcosa intendiamo una costruzione classica dell'azione ''incipit-svolgimento-fine''.
Qui non c'è niente di tutto questo, solo 13 quadri in movimento nei quali la cornice è la vera protagonista e le figure umane che si muovono all'interno di essi sono semplici puntini sfocati, spesso sullo sfondo e mai inquadrati con primi piani proprio al fine di rendere indefinibili i loro volti e le loro azioni creando così una vera e propria distanza non solo fisica ma soprattutto emotiva tra lo spettatore e quello viene messo in scena.

Guardare Distant equivale a stare 10 minuti alla finestra a fissare un punto della strada osservando la gente che passa, a stare fermi alla fermata dell'autobus incrociando fugacemente persone che probabilmente non incontreremo mai più, fissare l'ultimo sfarfallio di luce di una lampada al neon che sta per spegnersi.

E' la rappresentazione di uno spazio talmente vasto all'interno del quale non siamo niente, siamo solo macchie indefinite prossime a dissolversi nel buio e la noia che inevitabilmente scaturisce in certi momenti non è altro che la presa di coscienza di tutto questo ; Bela Tarr diceva che anche un uomo immobile in un angolo è una storia, così come è una storia un manipolo di persone che si incontra in una baracca in mezzo al nulla senza proferire manco una parola. Il fatto che lo spettatore trovi inevitabilmente noiosa una sequenza del genere è la dimostrazione della nostra indifferenza verso gli altri, verso una quotidianeità che siccome non ci riguarda pensiamo non ci appartenga.

Zhengfan Yang ci sfinisce coi suoi interminabili piano sequenza ma ciò che ci mostra sono semplicemente frammenti di vita di tutti i giorni e per quanto possano sembrarci infiniti durano solo pochi minuti...cosa sono 10 minuti paragonati ad una vita intera ? Troviamo noioso guardare 2 persone per 10 minuti alla fermata del bus ma quelle persone potremmo essere noi, a nostra volta guardate da qualcun altro che reputa noiosa la nostra vita e al quale non frega niente del perchè siamo li ad aspettare.
Puo' sembrare un concetto radicale ma non è diverso da ciò che emerge nella sequenza del vecchietto che sviene sul marciapiede in mezzo all'indifferenza generale, passano tante macchine, qualche persona ma nessuno si ferma a soccorrerlo,l'unica persona che si ferma è una ragazzina ma la sua sembra più una mera curiosità voyeuristica puntualmente interrotta dalla madre che le intima di farsi gli affari suoi portandola via...quella vita non le appartiene,non è affar suo, deve tirar dritta per la sua strada senza guardarsi indietro e noi come lei osserviamo impotenti la scena, sapendo benissimo che quel vecchietto morirà in solitudine su quel marciapiede....siamo solo spettatori, dei voyeur, guardiamo la scena per vedere se andrà a parare da qualche parte ma non ci importa della storia che c'è dietro a quell'anziano.

In Distant i pianosequenza assumono i connotati di una prigione visiva troppo immensa e sovrastante per poter evadere da essa : come il pesce che viene liberato dalla prigonia del secchiello solo per finire in una prigione d'acqua più grande ( la piscina) così le figure che si muovono all'interno del film pur se escono dal nostro campo visivo saranno sempre schiave di un universo di incomunicabilità immutabile, immagini destinate a svanire.

Distant è con ogni probabilità la massima espressione artistica dell'alienazione umana che mi sia capitato di vedere, si arriva a fine visione che ci si sente soli e abbandonati ,tutto trasuda incomprensione e solitudine,perfino la valigia abbandonata alla fermata del bus sembra poter raccontare una storia disperata.

Distant è una presa di coscienza , un silenzio che grida disperato che non riusciamo a percepire come gli ultimi spasmi di un malato terminale emessi quando le luci si sono spente e non c'è più nessuno ad accudirlo.
Il faro getta gli ultimi barlumi di luce su questo mare di solitudine.
Ci resta soltanto la consapevolezza che la distanza fra le parti è incolmabile.







25 maggio 2016

ENTERTAINMENT




Il classe '71 Rick Alverson nonostante i soli 4 lungometraggi all'attivo è una sorta di guru del cinema indie statunitense e dopo aver visto i suoi ultimi 2 lavori è diventato uno dei miei idoli indiscussi.

''Entertainment'' ovvero, ''il divertimento'' o ''l'intrattenimento'' è un film tanto geniale quanto spiazzante : il panorama cinematografico è pieno zeppo di film che mescolano sapientemente dramma e commedia nera ma così a memoria non mi viene in mente nessuno che sia riuscito a farlo racchiudendo il tutto in una cornice esteticamente ammaliante (a tratti psichedelica) e soprattutto giocando di sottrazione come è riuscito a fare Alverson con questo gioiello.

Ma andiamo con ordine.

Nello sconfinato deserto californiano un manipolo di persone sta visitando un cimitero di aeroplani.
Tra questi individui notiamo subito Neil, un personaggio inquietante ma al contempo buffo,con lo sguardo assente, perso nel vuoto a contemplare quei rottami metallici, simbolo di un qualcosa che un tempo era grande ma ora sono solo corpi immobili in mezzo al niente.

Neil ,( uno straordinario Gregg Turkington ) è quint'essenza del male di vivere, genio incompreso, alieno in una società sempre più disumanizzata e isterica.
E' un comico che non è mai riuscito a emergere , il suo umorismo al vetriolo raccoglie più fischi che applausi  le sue esibizioni si concludono spesso con insulti e risse con il pubblico ma nonostante questo lui continua imperterrito per la sua strada : sa bene che la vita è uno schifo per tutti e proprio in quanto portatore in prima persona di un dolore insostenibile attribuisce alla sua comicità un ruolo quasi salvifico per chi la ascolta, è convito di poter allietare seppur per qualche ora le sofferenze delle persone che sono arrivate fin lì per assistere al suo show.
Perfino quando suo cugino John ( un eccentrico J.C.Reilly in un favoloso cammeo) gli consiglia di adottare un umorismo meno tagliente e più alla portata di tutti lui lo ignora : il suo umorismo è tutto quello che gli è rimasto e che lo differenzia da una società nella quale non si ritrova, è una sorta di muro che lo protegge da una realtà troppo brutta e difficile da accettare , realtà nella quale probabilmente sua figlia è morta ma lui continua a telefonarle imperterrito quasi come a voler cercare un ultimo barlume di calore nel baratro che ormai è diventata la sua esistenza.

La comicità ,o presunta tale, del personaggio diventa quindi un mezzo di sopravvivenza e non un qualcosa tramite cui raggiungere il successo e la notorietà, due mete che probabilmente ormai non gli interessano neppure e dalle quali è stato escluso come evidenzia una delle sequenze finali nella quale davanti ad un pubblico d'elite che potrebbe fargli fare il salto di qualità , ha un crollo emotivo e sviene : è il culmine della progressiva disgregazione della sua realtà, crollo che Alverson ci aveva iniziato a mostrare con sapienza in una sequenza dai continui cambi cromatici e che proseguiva con incontri sempre più inquietanti e surreali ( devastanti la scene del parto nel bagno e soprattutto l'incontro con Micheal Cera, scena nella quale sembra debba emergere con violenza da un momento all'altro tutta la rabbia inesplosa di Neil ).

Si arriva a fine pellicola che la personalità di Neil è talmente dissociata che noi assieme a lui non distinguiamo più la realtà dalla finzione, lo vediamo guardare se stesso dentro ad una TV che trasmette una sit com messicana : forse l'intrattenimento del titolo è la vita stessa, una farsa della quale possiamo solo ridere per coprirne i singhiozzi.





22 maggio 2016

ANOTHER SKY




Scrivere di Another Sky ( Drugoe Nebo - Russia 2010) è sicuramente complicato.
Perlomeno non se ne può parlare in modo convenzionale, partendo ad esempio dalla trama e raccontando quello che man mano accade perchè a conti fatti succede pochissimo e comunque non è certo l'aspetto narrativo ciò che rende l'esordio di Mamulia un film meraviglioso da recuperare a tutti i costi.

In another sky non ci sono punti di riferimento: anche se gran parte del film è con ogni probabilità girata a Mosca, il nome della città non viene mai menzionato.
Anche i personaggi che incontreremo non hanno un nome, gli unici due ad averlo sono il protagonista Ali e sua moglie Laili, due scelte che mostrano il clima di solitudine e spersonalizzazione che permea la pellicola per tutta la sua durata.
Non sappiamo nemmeno che lavoro faccia Ali nè tantomeno da quale luogo provenga;lo vediamo ad inizio film assieme al suo figlioletto circondati da un gregge di pecore mentre caricano sul camion carcasse di pecore morte nel bel mezzo del deserto percui si potrebbe dire che sia un pastore ma non abbiamo elementi che ce lo possano confermare, così come non sapremo mai perchè sua moglie lo abbia abbandonato molti anni prima.
Mamulia non racconta niente allo spettatore, passato e futuro dei personaggi non sono rilevanti, esiste solo un presente eterno che persiste in un lungo agonizzante viaggio per inerzia : la vita.


'' Si parte per cercare una cosa e si finisce col trovarne un'altra che non si stava cercando'' dice Mamulia in un intervista , ed è proprio con una ricerca che si apre il film : Ali di punto in bianco decide di abbandonare il deserto per recarsi in città assieme al figlioletto a cercare la donna che li ha abbandonati molti anni prima ,senza un lavoro, senza conoscere il russo, senza meta, senza indizi...l'unico piccolo barlume di speranza è racchiuso in una piccola foto sgualcita in bianco e nero di quando la moglie era giovane, l'ultima cosa che di lei gli è rimasta . Il tempo, la solitudine e l'abitudine forse hanno cancellato in lui pure il ricordo del suo viso ma ora è tempo di cercarla, se non altro per porsi un obbiettivo, per trovare una ragione che possa dare un senso alla sua esistenza funerea.
Il termine ''funereo'' non è usato a caso : in Another Aky la morte gioca un ruolo fondamentale tanto da poterla definire tranquillamente la vera protagonista del film che, assieme alla città meccanica e disumanizzante formano un binomio micidiale che sotterra letteralmente lo spettatore.

La morte in questo film è ovunque .

E' negli occhi vitrei delle pecore che muoiono agonizzanti nel deserto sbattendo rassegnate le palpebre un ultima volta, nei loro corpi gettati senza alcun rispetto nel dirupo o sulla lamiera di un furgone.

E' nello sguardo dei pazienti dell'ospedale lasciati soli al proprio destino.

E' nei bambini ritardati che dicono cose senza senso in un corridoio della stazione.

E' nell'alienante meccanica routine dei lavoratori in fabbrica.

E' nel cane investito da Ali e lasciato morire per la strada.

E' nel figlio di Ali che muore in un incidente nella segheria.

E' negli occhi di Ali che osserva il corpo senza vita di suo figlio, corpo senza nome che giace inerme su un lettino d'ospedale assieme ad altri corpi senza nome.

E' nelle enormi macchine taglialegna che sradicano, sezionano, distruggono la foresta in un inferno di stridii e rumori meccanici che si ripetono all'infinito.

E' alla televisione ( praticamente gli unici dialoghi che udiamo nel film) che parla di rivolte in Francia, di attacchi dei pirati Somali e di un influenza mortale che sta colpendo alcune zone dell'Europa facendoci chiedere se è il mondo ad essere una proiezione dell'animo di Ali oppure il contrario.

Ma la cosa più raggelante è il ruolo che occupa la morte in tutto questo contesto : non è mai spettacolarizzata ed è accettata con una naturalezza ed una rassegnazione che rasentano l'inumano.
Le suddette pecore non emettono alcun lamento mentre stanno morendo sembra anzi di scorgere un aurea di sollievo nei loro occhi. La morte del figlio di Ali non ci viene mostrata, lo scopriamo tramite una fugace telefonata dinanzi alla quale lo stesso Ali non batte ciglio, come se tutto fosse talmente normale che sarebbe superfluo metterla in mostra.
Perfino quando osserva il cadavere del figlio nella sala mortuaria e ne ritira gli effetti personali il tutto avviene come una normale transazione, i corpi diventano semplicemente ''merce'', un ingombro di spazio.
C'è un tacito assenso a tutto quello che accade, come una gelida consapevolezza che la morte è ineluttabile e inscindibile dalla vita , non fa nemmeno notizia quando si verifica.



Come avrete capito gli sguardi e i volti giocano un ruolo chiave nel film di Mamulia al punto che Mitra Zakhedi ( l'attrice ,credo unica professionista nel film, che interpreta la moglie di Ali) è stata scelta proprio per le emozioni che trasmette il suo sguardo laconico, nonostante appaia soltanto per pochissimi minuti a fine film.
Lo stesso Habib Boufares (Ali) è stato scelto da Mamulia per quella malinconia che trasmette e per quello sguardo rassegnato e al contempo impenetrabile che a tratti diventa quasi frustrante anche per lo spettatore che fatica a comprendere la natura della sua apatia , ma è una scelta che paga perchè in Another Sky il visivo sovrasta la narrazione verbale al punto di sostituirsi ad essa e Ali diventa una sorta di mezzo cinematografico attraverso il quale prendiamo parte a un viaggio che è eterno in quanto non ha possibilità di arrivo .

Ali alla fine trova sì sua moglie ma dopo tutto quello a cui abbiamo assistito fino ad ora diventa un dettaglio quasi insignificante,come se fosse semplicemente una meta autoimposta per darsi uno scopo in una vita che non ne ha uno.

 La vede, si sciaqua la faccia davanti ad uno specchio che sfoca la sua immagine...avrà pure trovato la moglie ma ha perso una parte di se stesso.

Dopo mille sconfitte,perdite e umiliazioni le ultime parole che si odono nel film sono i canti stonati di alcuni fedeli che invocano perdono ad un Dio che non li ascolterà mai .

Ali e sua moglie salgono in macchina nel più totale silenzio e si mettono in viaggio verso un qualcosa che non ci è dato sapere , finisce così, tutto sospeso in una condizione di stasi perenne, un cielo grigio che sovrasta ogni cosa.